Marte era ricco d’acqua: nuovi indizi rafforzano l’ipotesi di un pianeta abitabile
Nel cratere esplorato da Perseverance, rocce nate dal magma conservano le tracce di laghi, falde sotterranee e fluidi idrotermali. Un nuovo studio ricostruisce un Marte molto più dinamico e umido di quanto racconti il deserto rosso di oggi
Il pianeta Marte che conosciamo è un mondo di polvere, vento e pietra. Ma sotto quella superficie color ruggine continuano ad affiorare evidenze di un altro pianeta. Un pianeta dove l’acqua non sarebbe comparsa una sola volta, per poi scomparire, ma avrebbe percorso le rocce in momenti diversi, cambiando temperatura, composizione e perfino strada. L’ultima pagina di questa storia arriva dal cratere Jezero, il grande bacino di 45 chilometri di diametro nel quale il rover Perseverance della Nasa è atterrato nel febbraio 2021. Qui un gruppo internazionale di ricercatori guidato da Candice Bedford, della Purdue University, ha ricostruito almeno tre distinti episodi di interazione tra acqua e roccia nella cosiddetta Margin Unit, una fascia geologica ricca di olivina e carbonati lungo il margine interno del cratere. Lo studio è stato pubblicato il 21 settembre su Communications Earth & Environment.

La sorpresa comincia proprio dalle rocce. Osservandole dall’orbita, gli scienziati pensavano che quella fascia potesse rappresentare il deposito sedimentario di un’antica riva: sabbie e fanghi accumulati quando Jezero ospitava un lago. Sarebbe stato lo scenario quasi ideale per cercare tracce di un’eventuale vita microbica passata, perché sulla Terra i sedimenti possono conservare molto bene le biosignature. Perseverance ha trovato altro. Le analisi di SuperCam — lo strumento montato sull’albero del rover capace, tra le altre cose, di colpire le rocce con un laser e leggerne la composizione dal plasma prodotto — indicano che gran parte della Margin Unit è costituita da rocce cristalline ricche di olivina, di origine magmatica. Sono rocce formatesi lentamente, probabilmente in profondità, prima di essere esposte dall’erosione.

Più di 185 bersagli rocciosi sono stati studiati lungo questa unità geologica. Ed è proprio in queste rocce, inattese, che l’acqua ha lasciato la propria autobiografia. Il primo capitolo sembra essere stato scritto da acque sotterranee ricche di anidride carbonica. Penetrando nelle fratture della roccia e reagendo con l’olivina, avrebbero favorito la formazione di carbonati. Con il tempo, l’erosione ha consumato la roccia circostante lasciando in rilievo sottili creste mineralizzate: una sorta di negativo geologico degli antichi percorsi dell’acqua. Poi qualcosa è cambiato. Nelle zone poste sotto il livello ricostruito dell’antico lago compaiono rocce più alterate, con olivina fratturata e silice negli spazi lasciati tra i minerali. Potrebbe essere la firma di un secondo episodio, questa volta legato direttamente alle acque del paleolago di Jezero oppure a un diverso sistema di falde sotterranee. Lo studio non può ancora stabilire con certezza quale delle due sorgenti abbia prevalso, ma la distribuzione della silice proprio alle quote sommerse rende il lago un protagonista plausibile. Infine arrivò acqua ancora diversa: calda. In alcune fratture più giovani sono state individuate vene ricche di solfato di calcio e fluorite. Quest’ultima è particolarmente interessante perché sulla Terra può formarsi durante la circolazione di fluidi caldi attraverso rocce vulcaniche. È il terzo passaggio della sequenza: un sistema idrotermale che avrebbe continuato a modificare il sottosuolo quando gli altri episodi acquosi erano già terminati.

Ne emerge una visione di Marte molto meno semplice dell’immagine, a noi invero familiare, del deserto congelato. Non un pianeta sul quale “ci fu dell’acqua”, ma un mondo nel quale laghi, falde e sistemi idrotermali potrebbero essersi sovrapposti nel tempo, creando ambienti chimicamente differenti. Bedford definisce infatti la Margin Unit una sorta di “crocevia” di sistemi acquosi: ciò che si osserva a Jezero potrebbe inoltre avere implicazioni più ampie, perché il cratere si trova all’interno di una delle maggiori regioni ricche di carbonati conosciute su Marte. Ed è qui che la storia dell’acqua incontra inevitabilmente quella della vita. Carbonati e silice interessano gli astrobiologi non perché dimostrino che organismi siano mai esistiti su Marte — nessuna prova del genere emerge da questo studio— ma perché sulla Terra possono formarsi in ambienti abitabili e sono minerali capaci di preservare a lungo eventuali tracce biologiche. Inoltre, l’interazione tra acqua e olivina può liberare idrogeno, una possibile fonte di energia per alcuni microrganismi terrestri. La Margin Unit, dunque, non consegna la risposta alla domanda più famosa dell’esplorazione marziana. Fa qualcosa di forse più interessante: indica con maggiore precisione dove e in quali condizioni cercarla. Due campioni, raccolti da Perseverance nelle aree di Amherst Point e Turquoise Bay, sono stati conservati proprio in vista di una possibile futura analisi sulla Terra. Lo studio li considera obiettivi di particolare interesse astrobiologico. Per ora restano sigillati su Marte. Ed è forse questa la parte più affascinante della vicenda: a centinaia di milioni di chilometri da noi esistono già frammenti di quel paesaggio antico, scelti, carotati e custoditi da una macchina costruita sulla Terra. Dentro potrebbero esserci soltanto minerali. Oppure qualcosa di molto più difficile da riconoscere: il segno chimico lasciato, miliardi di anni fa, da un pianeta che aveva acqua, energia e tempo a disposizione. Le tre condizioni che, almeno sulla Terra, hanno fatto tutta la differenza.
