La democrazia? Non è nata in Grecia. C’è uno studio che riscrive la storia
Una ricerca guidata da Gary Feinman del Field Museum di Chicago e pubblicato su Science Advances, ha analizzato 31 società antiche in Europa, Asia e Americhe, dimostrando che forme sociali di partecipazione ed inclusione politica esistevano anche lontano da Atene e Roma
La democrazia non è nata nell’antica Grecia e non è diventata un ‘sistema’ istituzionale soltanto nell’antica Roma. Uno studio che ha unito fonti storiche e reperti archeologici, ha cambiato le carte in tavola, stravolgendo un luogo comune al quale la maggioranza di noi ha sempre creduto. Grazie alla ricerca fatta da un team di studiosi guidati da Gary Feinman, curatore MacArthur di antropologia mesoamericana, centroamericana e dell'Asia orientale, del Field Museum di Chicago, è stato scoperto come forme sociali di partecipazione e inclusione politica siano esistite anche in altre parti del mondo. Nello specifico, i ricercatori (tra cui David Stasavage, David M. Carballo, Sarah B. Barber, Adam Green, Jacob Holland-Lulewicz, Dan Lawrence, Jessica Munson, Linda M. Nicholas, Francesca Fulminante, Sarah Klassen, Keith W. Kintigh e John Douglass), hanno analizzato prove derivanti dallo studio di 31 società europee, asiatiche e americane, scoprendo quanto la governance condivisa fosse più comune di quanto si credesse.
Il team guidato da Feinman ha dimostrato che molte società avevano sviluppato pratiche per limitare i poteri delle autocrazie, facendo in modo che il potere decisionale fosse esteso a un numero sempre più vasto di persone. Ed è emerso che le elezioni non erano affatto uno degli strumenti utili per questo processo di democratizzazione.

«Le elezioni non sono esattamente il parametro migliore per definire una democrazia - queste le dichiarazioni di Feinman, pubblicate sul sito web del Field Museum - quindi con questo studio abbiamo cercato di basarci su esempi storici di organizzazione politica umana. Abbiamo definito due dimensioni chiave della governance - ha affermato lo studioso -. Una è il grado di concentrazione del potere nelle mani di un singolo individuo o di una singola istituzione. L'altra è il grado di inclusività: quanto la maggior parte dei cittadini ha accesso al potere e può partecipare ad alcuni aspetti della governance».
Ma come hanno fatto i ricercatori a giungere a queste conclusioni? Il lavoro è stato impegnativo e complesso, perché basato su 40 casi di studio, molti dei quali non hanno permesso ai ricercatori di visionare testimonianze scritte, perché inesistenti. È evidente che ognuna di quelle popolazioni aveva un modo differente di registrare e conservare le proprie attività politiche. Uno dei parametri tenuto in considerazione da Feinman e il suo team è stato lo spazio fisico: «Credo che l'uso dello spazio sia molto significativo - ha spiegato Feinman - Quando si trovano aree urbane con ampi spazi aperti, o quando si vedono edifici pubblici con ampi spazi dove le persone possono riunirsi e scambiarsi informazioni, quelle società tendono ad essere più democratiche».
Al contrario un’urbanistica chiusa e angusta, sviluppata per dare centralità agli edifici del potere e volta a favorire il controllo da parte delle autorità, potrebbe essere una caratteristica propria di una civiltà nella quale a comandare è un’autocrazia. Ma anche le costruzioni maggiormente simboliche hanno una loro valenza in merito. Ad esempio le piramidi, «con uno spazio minuscolo in cima, o piani urbanistici in cui tutte le strade convergono verso la residenza del sovrano, o società in cui c'è pochissimo spazio per riunirsi e scambiarsi informazioni, questi sono tutti indicatori di forme di governo più autocratiche», ha specificato Feinman.
Oltre alla struttura urbanistica, un altro criterio utilizzato dagli studiosi è stato quello dell’iconografia. Se nei luoghi analizzati erano presenti tante immagini e monumenti dedicati ai sovrani, era molto probabile che quella città non fosse gestita in modo democratico e partecipato ma che il potere di chi era al comando era forte e indiscutibile.
«Questi risultati dimostrano che sia la democrazia che l'autocrazia erano diffuse nel mondo antico», ha osservato David Stasavage, professore alla New York University. Invece, Linda Nicholas - coautrice della ricerca e curatrice aggiunta di antropologia al Field Museum - ha detto: «le società hanno anche sviluppato modalità per la condivisione del potere e per favorire l'inclusione, rivelando che la democrazia ha radici storiche profonde e diffuse. Credo che molti lo troverebbero sorprendente».
Lo studio ha anche permesso di comprendere che la demografia non è direttamente proporzionale alla formazione di un governo autocratico. Insomma, il team di Feinman con il suo lavoro ha smontato un altro dei luoghi comuni della storia, ovvero che società molto popolose fossero più soggette ad una gestione autocratica. C’è poi un altro aspetto importante che è emerso da questa ricerca ed è quello dell’organizzazione economico-finanziaria delle società analizzate. In particolare gli studiosi hanno vagliato i metodi di imposizione e riscossione dei tributi. Le città che dipendevano fortemente da entrate e risorse controllate o monopolizzate dai leader, come miniere, rotte commerciali a lunga distanza, lavoro schiavista o bottino di guerra, tendevano a diventare più autocratiche. Al contrario, quei luoghi il cui ‘stato’ era finanziato principalmente attraverso ampie imposte interne o il lavoro comunitario, avevano maggiori probabilità di distribuire il potere e mantenere sistemi di governo condiviso.
«Questi risultati - ha specificato Feinman - mettono in discussione l'idea che l'autocrazia e la grande disuguaglianza siano conseguenze naturali o inevitabili della complessità o della crescita. La storia - ha proseguito lo studioso - dimostra che in tutto il mondo le persone hanno creato sistemi politici inclusivi, anche in condizioni difficili».
La ricerca ha anche dimostrato quanto l’archeologia consenta di cercare dei, «modelli che contengano potenziali insegnamenti per il mondo di oggi - ha affermato Feinman - I risultati di questo studio ci offrono una prospettiva e una guida che prima non avevamo, e sono estremamente rilevanti per le nostre vite».
Ma quali sono le civiltà analizzate da Feinman e il suo team? Le principali sono quelle degli Olmechi (circa 1200–400 a.C., Mesoamerica), dove molte decisioni della vivibilità quotidiana venivano prese tramite assemblee collettive; quelle dei Maya classici (circa 250–900 d.C.), dove i ricercatori si sono imbattuti in iscrizioni che hanno indicato momenti di controllo e negoziazione corale e non solo da parte di un re; quella delle società della valle dell’Indo (circa 2600-1900 a.C.), per le quali sono state trovate prove di una pratica politica e sociale partecipata: un’urbanistica pianificata e la distribuzione uniforme delle risorse idriche; quelle delle confederazioni dei nativi americani del Nord (es. Irochesi, circa XIV secolo). Su tutte, la Lega delle Cinque Nazioni che aveva un sistema di rappresentanza molto avanzato: clan e tribù eleggevano rappresentanti, e le decisioni importanti richiedevano consenso.

Sul tema ci sono anche altri studi, ricerche e pubblicazioni. Quello di Joseph Manning, “The Open Society in Antiquity” che ha esaminato come le città e i villaggi antichi praticassero forme di governo partecipativo anche senza democrazia formalizzata. Quella di David Graeber, “Debt: The First 5000 Years”, secondo cui molte società antiche avevano meccanismi di partecipazione collettiva per gestire economia e giustizia. E l’insieme di articoli archeologici che compongono gli Studies in Pre-Columbian Political Organization, nei quali è stato descritto come nelle società del Sud America e dell’America Centrale, ci fosse l’usanza di convocare assemblee di comunità.



