In viaggio per l'Italia ispirati dalla cucina patrimonio Unesco
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In viaggio per l'Italia ispirati dalla cucina patrimonio Unesco

La forza della nostra cucina sta nel fatto che non ha mai cercato di stupire. Ha cercato di durare. Per questo è diventata patrimonio dell’umanità. Perché è rimasta fedele a se stessa.

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 Gli italiani non si sono mai messi d’accordo su molte cose. Sulla politica, per esempio, litigano da secoli. Sulla cucina, invece, hanno sempre trovato una tregua. Forse perché il cibo, in questo Paese, è un modo di riconoscersi ovunque e di restare comunità. Il riconoscimento della cucina italiana come patrimonio culturale dell’umanità da parte dell’Unesco non premia un elenco di piatti diventati celebri. Premia un modo di stare al mondo. Il rispetto per la materia prima, la lentezza dei gesti, la ritualità della tavola, il fatto, raro, che mangiare non sia mai un atto solitario. Molto prima che l’Italia diventasse una nazione, era già una cucina. I campanili dividevano, le ricette univano. Ogni territorio aveva poco, e da quel poco tirava fuori tutto. È così che sono nati i piatti che oggi il mondo imita senza mai riuscire a copiarli davvero.

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Il 5 febbraio è la Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare: in Italia buttiamo ogni settimana 554 grammi di cibo al giorno. Un dato ancora molto lontano dall’obiettivo di sostenibilità individuato dall’Agenda ONU 2030. La denuncia del Wwf

La Dieta Mediterranea, riconosciuta dall’Unesco nel 2010, è la cucina della necessità diventata virtù: pane, olio, legumi, verdure, pesce. Niente sprechi, niente eccessi. Una cucina povera che, col tempo, si è rivelata ricca di buon senso. Poi c’è l’arte della pizza napoletana, consacrata patrimonio immateriale nel 2017. Non per la mozzarella o il pomodoro, ma per l’atto del farla. Quel gesto antico, ripetuto mille volte, che trasforma un forno in una piazza e un disco di pasta in un fatto sociale. Se si volesse spiegare l’Italia a uno straniero, basterebbe farlo mangiare.

Cibo, così il nostro cervello riconosce (e preferisce) quello della tradizione
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La Valle d'Aosta si spiega con una fonduta. A Milano, un risotto allo zafferano racconta di una città laboriosa, precisa, che non ama perdere tempo. In Piemonte basterebbe la bagna cauda, collettiva e ostinata. Il Trentino parla con i canederli. Il Veneto con il baccalà mantecato, il Friuli con un piatto di frico. In Emilia, i tortellini spiegano meglio di qualsiasi libro il valore della famiglia e della pazienza. In Toscana, una ribollita dice tutto sulla dignità della cucina contadina. La Liguria si spiega con il pesto. In Umbria pasta al tartufo o lenticchie. Le Marche stanno nelle olive all'ascolana. Il Molise nei piatti a base di pecora e agnello. Il Lazio si riconosce nella “cacio e pepe”. Scendendo, il linguaggio cambia ma il senso resta. In Campania basta una pizza o il celebre ragù. La Calabria si spiega con il peperoncino e la Basilicata con il crusco. Le orecchiette pugliesi fatte a mano parlano di gesti tramandati senza bisogno di scriverli. In Sicilia, la pasta con le sarde tiene insieme mare, terra e memoria araba, normanna, spagnola. E poi il pane. Ovunque. Sacro, quotidiano, mai superfluo. La forza della cucina italiana sta nel fatto che non ha mai cercato di stupire. Ha cercato di durare. Per questo è diventata patrimonio dell’umanità. Perché è rimasta fedele a se stessa.

[Marianna Vallone] 

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