Il giorno in cui abbiamo iniziato a rinunciare alle competenze
Viviamo nell’epoca di gran lunga più istruita dell’intera storia dell’umanità. Eppure, mai come oggi, la competenza appare così vulnerabile. Perché siamo diventati incapaci di distinguere tra una notizia verificata e un'opinione. Abbiamo accesso a tutto, ma comprendiamo sempre meno. Come se ne esce?
Ragionavo, nei giorni scorsi, sul più gigantesco paradosso dei tempi moderni. Viviamo nell’epoca di gran lunga più istruita dell’intera storia dell’umanità. Eppure, mai come oggi, la competenza appare così vulnerabile.
Secondo l’Ocse, oltre il 40% della popolazione adulta nei Paesi avanzati possiede un titolo di studio medio-alto, una percentuale impensabile solo trent’anni fa. Eppure il Digital News Report del Reuters Institute sottolinea che più del 50% delle persone fatica a individuare la distinzione, oggi più che mai essenziale, tra una notizia verificata da un’opinione. Non è una contraddizione: è il cuore stesso del problema. Abbiamo accesso a tutto, ma comprendiamo sempre meno.
Tra i motivi principali la perdita progressiva e inesorabile della nostra capacità di concentrazione: mentre leggete questo editoriale, avrete – spero – ignorato almeno tre o quattro notifiche sul vostro smartphone. Arrivare a concluderlo diventa quasi un’impresa titanica. Eppure si tratta di pochi minuti di lettura. Secondo le ultime stime, però, la durata media della nostra attenzione è di appena 8 secondi. Poi - fatalmente distratti dai dispositivi elettronici, obbedienti alla dittatura del multitasking e – apprendiamo da un sondaggio dell’Ohio State University Medical Center, “divorati” da ansia e stress spesso immotivati – andiamo oltre. Così, diventa complicato approfondire, comprendere, andare oltre la superficie delle cose.
Ma c’è di più: una parte di questa fragilità, che in Italia raggiunge livelli preoccupanti, ha un nome preciso: analfabetismo funzionale. Non l’incapacità di leggere o scrivere, ma di comprendere, interpretare e utilizzare informazioni complesse. Un fenomeno che in Italia riguarda circa il 28% della popolazione adulta: percentuali simili si registrano in molti altri Paesi occidentali. È una condizione silenziosa, spesso invisibile, venuta a galla nel corso della pandemia, che trasforma l’informazione in rumore e i processi di conoscenza in un esercizio faticoso, quasi impossibile.
Così, nel dibattito pubblico contemporaneo la competenza smette di essere un prerequisito: un medico e un influencer, un ricercatore e un commentatore, un urbanista e un turista con Google Maps occupano lo stesso spazio, nello stesso flusso, con un non dissimile tempo di parola. Dai talk show ai social media, inesorabile specchio dei tempi, l’accesso alla voce — conquista democratica irrinunciabile, sia chiaro - ha finito per appiattire le gerarchie del sapere.
Umberto Eco lo aveva intuito già nel 2015, osservando che i social media avevano dato diritto di parola a legioni di imbecilli, che prima parlavano solo al bar. Il punto è che a cambiare non è solo il teatro del dibattito: è, piuttosto, la stessa essenza. Gli algoritmi – un tema di cui ci siamo già diffusamente occupati - non avversano gli esperti: semplicemente li trascurano. Ho seguito con attenzione, per esempio, il caso del virologo Roberto Burioni, figura tra le più note della scienza sul fronte della comunicazione anti-fake news, che ha quasi abbandonato i social tradizionali, trasferendo la sua attività su piattaforme più “protette” e selettive come Substack. Perché? Era stanco degli insulti, puntualmente veicolati da gente comune, priva di sapere scientifico: la critica è parte del metodo, purché parta da presupposti di conoscenza. Altrimenti, è odio seriale, quasi sempre tossico.
Il punto, in fin dei conti, è proprio questo: secondo l’Edelman Trust Barometer 2024, la fiducia negli esperti è in costante diminuzione, mentre cresce quella nei “pari”, in chi percepiamo come simile a noi: di qui il boom degli influencer. Le piattaforme non premiano l’accuratezza, ma la risonanza emotiva. Non ciò che è vero, ma ciò che genera reazioni. Per questo è importante, per i content creator, generare posizioni polarizzate, anche in un mondo di sfumature. Ma la competenza, per sua natura, è lenta, complessa, talvolta scomoda. L’opinione è invece rapida (essenziale, in tempi in cui la nostra attenzione dura il tempo di uno scroll), semplice, rassicurante. E quasi sempre, oggi più che mai, prevale.
Ma questa progressiva svalutazione del sapere produce conseguenze molto concrete. In politica la percezione supera i dati e gli slogan – Trump docet – valgono assai più di un’analisi. Nel turismo, altro tema caro a GrandTour, l’esperienza personale tende a contare più della conoscenza dei luoghi. Nell’innovazione la narrazione (oggi si parla di “storytelling”) precede — e spesso sostituisce — la ricerca. Uno studio dell’Università di Stanford ha mostrato che oltre il 70% degli utenti online valuta l’affidabilità di un contenuto in base al design e alla popolarità, non alla solidità delle fonti. È così che un luogo finisce, fatalmente, per essere raccontato meglio da chi lo attraversa per un weekend che da chi lo studia da una vita.
E dunque, in estrema sintesi, non viviamo in un’epoca di ignoranza, ma di equivalenza forzata, amplificata dall’analfabetismo funzionale. Hannah Arendt osservava che il soggetto ideale del totalitarismo non è l’ignorante, ma chi non distingue più tra vero e falso. Oggi potremmo dire: tra competente e popolare. Come se ne esce? Restituendo valore alla competenza, senza tornare all’élitismo. Ricostruire fiducia nei processi, nel tempo lungo – direi più propriamente necessario - dello studio, nella complessità. Accettare che non tutte le opinioni abbiano lo stesso peso, che non tutte le esperienze producano conoscenza, che non tutto possa essere semplificato senza perdere verità. È una scelta culturale, prima ancora che tecnologica.
Un mondo che non riconosce il valore di chi sa non innova: replica. Non progetta, reagisce. Non governa i cambiamenti, li subisce. Forse la vera emergenza del nostro tempo non è la disinformazione, ma la progressiva delegittimazione del sapere, alimentata da un analfabetismo funzionale che raramente riconosciamo come tale. E senza sapere, nessun luogo è davvero abitabile. Né fisicamente, né culturalmente.


