Diritti umani, Iran e geopolitica: ecco perché ai Mondiali di calcio si giocherà una partita di portata globale
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Diritti umani, Iran e geopolitica: ecco perché ai Mondiali di calcio si giocherà una partita di portata globale

Dall'11 giugno al 19 luglio Canada, Messico e Stati Uniti ospiteranno la più grande manifestazione sportiva. Un'edizione storica, non solo per la posta in palio. Dall'Ice alle derive autoritarie, ecco perché lo sport potrebbe passare in secondo piano

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by Andrea Aversa

 

L'Iran sarà al Mondiale ”. Lo ha dichiarato il presidente della Fifa Gianni Infantino, ‘scrivendo’ un nuovo capitolo che sta riguardando la storia della prossima Coppa del Mondo di calcio. Uno dei principali eventi sportivi, tra i più seguiti e amati al mondo, in programma dall'11 giugno al 19 luglio 2026 in Canada, Messico e Stati Uniti. Si tratterà di un’edizione storica, proprio perché organizzata in tre paesi, ma anche perché non sarà soltanto un grande evento sportivo.  

L’Iran alla Coppa del Mondo 2026

Stiamo parlando della guerra in corso in Iran e degli episodi che hanno avuto come protagonista negli Usa, l’Ice (Us Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia federale che mette in atto le politiche sull’immigrazione stabilite dal governo americano. Sulla presenza della Repubblica Islamica al Mondiale ci sono state nelle ultime settimane dichiarazioni contrastanti. Il regime degli ayatollah aveva fatto sapere che la propria nazionale non avrebbe partecipato al campionato, a meno che le relative partite non fossero state giocate in Messico e non negli Stati Uniti. Donald Trump ha invece affermato che "gli iraniani sono i benvenuti, ma meglio se non vengono”. The Donald ha con Infantino un rapporto cordiale e pragmatico. Una conoscenza iniziata con l’assegnazione del mondiale al Nord America e culminata in due particolari momenti: il conferimento al leader Usa, lo scorso dicembre, del Premio Fifa per la Pace, e la visita - lo scorso 26 marzo - del presidente Fifa alla Casa Bianca. Già nell’agosto 2025, Trump e Infantino si erano incontrati a Washington. Nella foto di rito, scattata nello Studio Ovale, c’era la Coppa del Mondo in bella vista, sulla scrivania del presidente degli Stati Uniti.

man wearing Donald Trump mask standing in front of White House
Photo by Darren Halstead

Il precedente dei Mondiali in Qatar nel 2022

Non è la prima volta che i mondiali di calcio finiscono al centro delle polemiche. La scorsa edizione è stata disputata in Qatar. La monarchia islamica del Golfo non è certo nota per essere un paese democratico e liberale. Quattro anni fa ci sono stati accesi dibattiti sui seguenti punti: lo sfruttamento dei lavoratori migranti nella costruzione degli stadi, le limitazioni ai diritti civili e la natura autoritaria del sistema politico. In quel caso, Infantino ha difeso l’evento come occasione di dialogo e progresso, sostenendo che il calcio potesse favorire cambiamenti positivi. Il Presidente della Fifa ha dimostrato in quella e in altre circostanze, di essere in grado di interloquire con tutti i leader mondiali e di dare al calcio quella valenza di soft power che lo sport ha incarnato più volte durante la nostra storia.

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La denuncia di Amnesty

Ma torniamo agli Stati Uniti. In un report titolato L’umanità deve vincere: difendere i diritti, respingere la repressione ai mondiali di calcio Fifa 2026, e pubblicato di recente, Amnesty International ha denunciato e descritto, “i forti rischi per le tifoserie, i calciatori, i giornalisti, i lavoratori e le comunità locali in tutti e tre gli stati che ospiteranno il torneo”. L’ong ha ricordato che negli Usa, l’esecutivo guidato da Trump, ha mobilitato nelle strade gli agenti dell’Ice per far rispettare le politiche sull’immigrazione (già nel 2025 sono decedute 32 persone in custodia dell’agenzia e quest’anno, a Minneapolis - durante le proteste contro il governo - ci sono state anche due vittime americane). Amnesty ha anche evidenziato il via libera dato da Washington a circa 4000 soldati della Guardia Nazionale, che hanno avuto il compito di sedare le rivolte esplose nei confronti del governo. Il report non ha risparmiato neanche Canada e Messico. Nel vicino a Nord degli Stati Uniti, associazioni e collettivi hanno protestato contro la manifestazione sportiva per evitare che spazi abitativi destinati ai cittadini, siano invece riservati alla Fifa per motivi organizzativi e logistici. Infatti, “il 15 marzo 2026 le autorità di Toronto hanno chiuso un rifugio invernale per le persone prive di alloggio in quanto il centro era stato prenotato per essere usato dalla Fifa”. La paura è scattata sulla scia delle Olimpiadi Invernali di Vancouver del 2010, allora esplose una crisi legata agli alloggi. Invece a Sud, l’esecutivo di Città del Messico ha schierato oltre “100.000 agenti della sicurezza, compreso l’esercito, per reagire agli elevati livelli di violenza”. 
E non finisce qui: per Amnesty, i divieti stabiliti da Trump, oltre ad aver provocato nel 2025 l’espulsione di 500mila persone dal paese, hanno imposto che “le tifoserie provenienti da Costa d’Avorio, Haiti, Iran e Senegal non potranno entrare negli Usa per sostenere le loro squadre a meno che non abbiano un visto d’ingresso valido ottenuto prima del 1° gennaio 2026. Altre tifoserie saranno sottoposte a forme invadenti di sorveglianza”.

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Il timore è anche quello di un’azione repressiva e violenta, scatenata contro qualsiasi iniziativa di contestazione, che possa avvenire nei confronti delle autorità e della Coppa del Mondo. Tuttavia, il quadro non può essere descritto solo in modo così negativo. Vi sono degli anticorpi ‘democratici e liberali’ importanti e ad averli espressi è stato proprio il sistema istituzionale e civile degli Stati Uniti. Ad esempio: decisioni recenti hanno imposto limiti all’operato dell’Ice, segno che l’impianto giudiziario degli Usa è funzionante; alcuni agenti sono stati sospesi o indagati per abusi, indicando che non vi è stata totale impunità; le proteste hanno dimostrato vitalità democratica e capacità di reazione, così come la loro copertura mediatica ha confermato l’azione di una stampa libera. Inoltre, la macchina organizzativa della Fifa e delle città ospitanti sta lavorando a protocolli di ‘Human Rights City’. L’obiettivo è quello di promuovere visti speciali per i tifosi e programmi di integrazione che potrebbero, paradossalmente, costringere le agenzie federali a una maggiore trasparenza e moderazione (considerato anche l'occhio vigile dei media internazionali). 

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Gli Stati Uniti tra geopolitica e soft power

 Il Campionato del Mondo di Calcio potrebbe anche rivelare intrecci geopolitici rilevanti per i rapporti tra i paesi organizzatori. La collaborazione tra Canada, Messico e Stati Uniti, è da un certo punto di vista ‘scontata’ per il fatto che le tre nazioni sono tra loro confinanti. Già questo elemento di vicinanza garantisce una relazione a prescindere. Ma sotto un altro aspetto questa partnership è stata di fatto inedita. Ciò è dovuto al clima poco sereno che ha caratterizzato i rapporti del trio, in particolare quelli tra gli Usa i suoi vicini. In generale possiamo ricordare i dissidi in ambito commerciale, migratorio e di sicurezza ai confini. Ma ci stiamo riferendo anche alle recenti azioni e boutade di Trump. 

Canada, Messico e…Trump!

 Il presidente americano ha in parte minacciato e in parte messo in pratica quella che è ormai nota come la guerra dei dazi, scatenata anche contro Canada e Messico. Il governo di quest’ultimo è stato più volte accusato di fare poco o nulla contro il traffico di fentanyl e The Donald ha ribattezzato il Golfo del Messico in ‘Golfo d’America’. La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha risposto sarcasticamente suggerendo il nome "America Messicana", citando mappe storiche del 1607. E il Canada? Per Trump, non solo esisterebbe grazie agli Usa ma dovrebbe essere annesso agli Stati Uniti se il suo governo dovesse rivelarsi incapace nel vigilare e controllare i propri confini. Ciò ha scatenato dure reazioni da parte dell'amministrazione di Ottawa, culminate nel discorso del premier Mark Carney in occasione del World Economic Forum di Davos svoltosi il 20 gennaio.

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Photo by Matin Keivanloo
Attraverso il Campionato del Mondo, la democrazia occidendale dovrà dare il meglio di sé, dimostrando di essere credibile all’interno di uno scenario dalle dinamiche globali

L’asse tra Washington, Città del Messico e Ottawa 

 A maggior ragione la Coppa del Mondo potrebbe essere l’opportunità per rilanciare e saldare ancora di più i rapporti trilaterali tra Canada, Messico e Usa. Magari a partire dal rafforzamento dello United States-Mexico-Canada Agreement (USMCA), l’accordo di libero scambio tra i tre paesi, e da una più intensa cooperazione infrastrutturale.
In ogni caso, la palla rotolerà e il calcio, quello giocato, guadagnerà le luci dei riflettori. Del resto, non v'è dubbio che lo sport non possa risolvere i problemi che stanno affliggendo il mondo. Eppure, come spesso è accaduto nel corso della storia, potrà esercitare la forza di quei valori che esso rappresenta, come lealtà, competizione, unione e umanità. E se dal punto di vista dell’immagine, i paesi del Golfo lo hanno utilizzato per mostrarsi in un certo modo agli occhi del mondo, gli Stati Uniti dovranno sfruttarlo per affermare la propria leadership, culturale e organizzativa. Attraverso il Campionato del Mondo, la democrazia occidendale dovrà dare il meglio di sé, dimostrando di essere credibile all’interno di uno scenario dalle dinamiche globali.

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