Creator economy in Italia: crescita record, ma a che prezzo?

Creator economy in Italia: crescita record, ma a che prezzo?

Il settore cresce del 185% in dieci anni. Ma dietro i numeri emergono criticità profonde: precarietà, sfruttamento emotivo e rischi per la salute mentale.

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by Giancarlo Donadio

Da fenomeno di nicchia a vero e proprio settore economico: questa è la parabola della creator economy, anche in Italia. Influencer, content creator, videomaker, streamer e professionisti dei social media non rappresentano più solo una tendenza culturale, ma un comparto produttivo misurabile, strutturato e in rapida espansione. Tuttavia, dietro la narrazione patinata di creatività, libertà e successo individuale, si stanno accumulando ombre sempre più evidenti, soprattutto sul piano del benessere psicologico e della sostenibilità del lavoro digitale.

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Un settore in continuo fermento

Secondo la prima ricerca italiana sul tema, realizzata da InfoCamere in collaborazione con l’Università di Padova, in Italia operano oggi oltre 25.000 imprese legate alla creazione di contenuti digitali. Dieci anni fa erano poco più di 9.000. La crescita complessiva tra il 2015 e il 2024 è stata del +185%, con un’accelerazione netta nel biennio pandemico 2020–2021.

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Il cuore del settore è rappresentato dalle imprese “core”, attive nella produzione audiovisiva, nel digital marketing e nella gestione professionale delle piattaforme social, cresciute addirittura del +206%. Accanto a queste, si è sviluppato un ampio universo di imprese “ibride”, che integrano la content creation in settori tradizionali come moda, turismo, fitness, consulenza e formazione.

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Dal punto di vista geografico, il dato più rilevante è l’equilibrio territoriale: per una volta, l’innovazione digitale non è concentrata esclusivamente nel Nord. Il Mezzogiorno e le Isole rappresentano quasi il 28% delle imprese, in linea con il Centro e non troppo distanti dal Nord Ovest. Milano resta l’hub principale, con oltre 3.800 realtà attive, ma Campania, Puglia e Sicilia mostrano una vitalità crescente, spesso legata alla promozione territoriale e alla narrazione identitaria.

Un’imprenditorialità giovane, accessibile e fragile

Il profilo medio delle imprese della creator economy è giovane e leggero. Oltre l’80% ha meno di dieci anni di vita e il 93% rientra nella categoria delle micro e piccole imprese. Gli amministratori sono mediamente più giovani rispetto alla media nazionale e si registra una presenza femminile leggermente superiore rispetto ad altri settori.

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Le barriere d’ingresso sono basse: non servono grandi capitali iniziali, ma competenze digitali, capacità comunicative e costruzione di reti online. Proprio questa accessibilità, però, rende il settore estremamente competitivo e strutturalmente instabile. Il successo non dipende da standard produttivi o contratti, ma da visibilità, algoritmi e attenzione continua.

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Ed è qui che emergono le criticità più profonde. La creator economy non monetizza solo contenuti, ma esperienze di vita, emozioni e relazioni. Momenti un tempo intimi – una gravidanza, una separazione, un lutto, una crisi personale – diventano materiale economico. La distinzione tra vivere e performare si assottiglia fino quasi a scomparire, e la vita quotidiana si trasforma in un flusso continuo di potenziali “asset” da pubblicare.

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La pressione a condividere non nasce da una semplice scelta individuale, ma da un sistema che premia l’esposizione costante e penalizza il silenzio. Gli algoritmi non distinguono tra autenticità e performance: amplificano ciò che genera engagement, spesso premiando contenuti emotivamente estremi, polarizzanti o iper-personali. Questo spinge molti creator a forzare la propria narrazione, a spettacolarizzare il disagio, a restare “attivi” anche quando avrebbero bisogno di fermarsi. Nel tempo, questa dinamica produce effetti significativi sul benessere mentale: ansia da prestazione cronica, senso di inadeguatezza legato alle metriche, paura di “sparire” se non si pubblica, difficoltà a costruire un’identità separata dal personaggio online. Il valore personale viene progressivamente confuso con like, visualizzazioni e follower. In questo contesto, prendersi una pausa non è vissuto come una necessità di salute, ma come un rischio economico. A tutto questo si aggiunge un elemento spesso sottovalutato: l’erosione della privacy come spazio di recupero. Quando ogni esperienza può essere monetizzata, diventa sempre più difficile vivere qualcosa solo per sé. Anche il riposo, l’intimità e il dolore vengono osservati attraverso la lente della possibile condivisione. Il risultato è una condizione di esposizione permanente che, nel lungo periodo, può favorire isolamento emotivo, cinismo e burnout.

Precarietà, disuguaglianze e assenza di tutele

A fronte di una narrazione pubblica che enfatizza libertà, autonomia e successo individuale, la struttura economica della creator economy resta profondamente precaria. Secondo stime citate da Goldman Sachs, solo circa il 4% dei creator supera i 100.000 dollari annui di guadagni. La grande maggioranza vive di entrate discontinue, dipendenti da sponsorizzazioni occasionali, algoritmi mutevoli e piattaforme che possono cambiare regole dall’oggi al domani.
Non esistono standard condivisi: nessun minimo retributivo, nessuna tutela contrattuale, nessuna garanzia di continuità. Il lavoro richiesto per mantenere una presenza online stabile – produzione di contenuti, interazione costante, aggiornamento tecnico, gestione della community – è spesso invisibile e non riconosciuto. Il rischio è quello di una forma di auto-sfruttamento normalizzato, in cui il creator diventa imprenditore, dipendente e prodotto allo stesso tempo.

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Particolarmente critica è la questione dei minori. In molti casi, bambini e adolescenti sono coinvolti nella produzione di contenuti familiari senza tutele adeguate. Solo pochi Stati, come California e Illinois, hanno introdotto norme per garantire che una parte dei guadagni venga effettivamente destinata ai child influencer. Nel resto dei casi, la monetizzazione dell’infanzia resta una zona grigia, con conseguenze che emergono solo anni dopo, quando quei bambini diventano adulti e mettono in discussione l’esposizione subita.
Persistono inoltre forti disuguaglianze strutturali. Creator appartenenti a minoranze etniche o culturali guadagnano mediamente meno, anche a parità di visibilità e impatto culturale. Le piattaforme, pur dichiarandosi neutrali, tendono a replicare bias esistenti, amplificando alcune narrazioni e marginalizzandone altre. In assenza di regolamentazione, queste distorsioni diventano sistemiche. Il risultato è un’economia che cresce rapidamente, ma senza reti di protezione, dove il rischio viene scaricato interamente sugli individui. 

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